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L’animazione carismatica di un incontro di preghiera: il carisma dell’accoglienza
Rita Forte
 
Scuola di vita carismatica - I parte

  • Ritiro dei gruppi RnS della Diocesi di Ivrea, Betania del Sacro Cuore, Vische (TO) - 16 novembre 2003

  • Gruppo "Gesù Buon Pastore", Chivasso - 22 aprile 2004
    (Testo tratto da audiocassetta)


Il Signore ha bisogno di voi, ecco perché vi ha voluti qui oggi, perché vi ha chiamati, per portare questa esperienza di oggi nei gruppi dove vi ha posti. Il Signore conta su di voi!
Questa non è una “Scuola” come noi possiamo immaginare, non aspettiamoci delle risposte a tutto, ai vari problemi che possiamo avere nei gruppi - certo alcune le avremo - ma è una opportunità che il Signore ci offre per impegnarci, per ripartire dalla preghiera di effusione, dove abbiamo preso un impegno con Lui, dove abbiamo deciso che “la grazia del Rinnovamento dipende anche da me” e merita l’impegno della nostra vita. Molte cose le vedremo oggi, le capiremo forse, ma ciò che conta, la cosa più importante è che la giornata di oggi serva a ricordarci che con l’effusione abbiamo preso un impegno con Gesù.
Devo essere qui oggi con la certezza che il Signore mi ha chiamato e voglio tornare a casa con il grande desiderio che tutto il mio gruppo si incendi, si infiammi, che ritorni o inizi ad essere carismatico.

Tutto questo è molto importante!   Nel week-end esperienziale “Scuola di vita carismatica” (Soggiorno Caritas - Candia Canavese (TO), 1 marzo 2003, relatori: S. Martinez, P. G. Bentivegna, M. Tortonese) abbiamo fatto esperienza concreta e poi ci siamo confrontati con il Magistero della Chiesa, con la Parola di Dio e tutto ciò ha dato stimolo alla conoscenza e all’approfondimento della realtà dei carismi. Come animatori e membri dei gruppi siamo dunque chiamati non solo a fare esperienza dei carismi ma anche ad impegnarci nello studio perché solo così potremo trasmettere agli altri la grazia del Rinnovamento.
Quelle che daremo sono linee di prassi carismatica, cioè consigli, non regole o leggi, e vanno assunti solo perché frutto di sapienza ed esperienza, quindi siamo chiamati a non trascurare quello che ascolteremo. Ciò che diciamo e ascoltiamo deve aiutarci a riflettere sui nostri comportamenti e sul nostro modo di vivere l’incontro di preghiera proprio per difendere l’opera di Dio.
E’ fondamentale, per vivere bene questa giornata, avere una predisposizione di fondo: apertura, fantasia, libertà dello Spirito.
Il metodo che seguiremo è quello che seguiva Gesù, Lui passava molto tempo con i suoi discepoli, Lui si consegnava, non si spiegava, si faceva conoscere donandosi. Gesù ci ha consegnati allo Spirito e prima di morire disse ai discepoli: “Non vi lascio orfani”. Questa è promessa di Gesù ed è Lui che ci ha consegnati allo Spirito: ma quanti di noi ogni giorno si consegnano allo Spirito? Anche noi dobbiamo donarci con grande semplicità allo Spirito Santo. Tutti i giorni. Quanto tempo occupiamo per consegnare allo Spirito i nostri gruppi? Non basta che lo Spirito sia per noi se noi non siamo per Lui. Consegniamoci allo Spirito e chiediamogli di essere un’assemblea carismatica.
Forse molti si chiedono: “Perché il nostro gruppo non è carismatico?”. Vi siete mai posti questa domanda? Riflettiamo. Quanto tempo spendiamo per consegnarci allo Spirito come comunità e singoli e per chiedergli che la nostra assemblea sia carismatica? Non dobbiamo attendere passivamente che lo sia, che nascano i carismi e qualcuno li eserciti (e poi magari non li riconosciamo e li mortifichiamo). Quanto tempo spendiamo a chiedere che la nostra assemblea sperimenti la potenza dello Spirito? Bisogna farlo con insistenza e, quando non troviamo risposte immediate, continuare a chiedere.
Allora adesso tutti preghiamo come sappiamo farlo e consegniamoci a Gesù per questa giornata invocando il suo Spirito. Consegniamo la nostra vita allo Spirito.

Nell’incontro di preghiera noi esercitiamo i carismi. Soffermiamoci sulla parola CARISMA. È una parola assai difficile da spiegare e da comprendere, lo dice lo stesso S. Agostino: “I carismi si possono osservare, si possono ammirare ma non spiegare in pienezza; non ci è dato di investigarli, la nostra conoscenza è comunque sempre imperfetta”. Quindi noi possiamo accostarli, ammirarli, possiamo anche provare a dare ragione dell’opera di Dio ma nessuno può spiegare Dio perché Dio non si lascia spiegare, non si lascia afferrare. Nessuno può dire “io ho un carisma”; i carismi non sono nostri, sono del Signore, appartengono a Dio e ci sono dati per così dire in “comodato d’uso”.
Dobbiamo sentire il privilegio di far parte del Rinnovamento nello Spirito Santo. Questa realtà carismatica sottoposta allo Spirito è stata ed è (e speriamo che continui ad essere) una risposta di Dio a questa assenza di molti secoli. Ancora nel ‘900 la parola “carisma” non ricorreva più nella Chiesa e allora dobbiamo essere grati al Signore.  

Cercheremo di dividere queste nostre condivisioni in due tempi: dapprima analizzando il MISTERO DEI CARISMI, cioè cosa questi carismi producono nella nostra vita di fede, nella santificazione delle nostre comunità, nell’espansione del Regno di Dio e perché sono necessari, come dice S. Paolo. In un secondo tempo cercheremo di vedere come usarli, che è quello che forse più ci alletta. Entriamo ora nel mistero dei carismi perché il Signore si manifesta e vuole essere conosciuto attraverso queste manifestazioni.  

S. Paolo dice: “Circa i carismi non voglio che restiate nell’ignoranza”. Il carisma è comunque un segno grande della gratitudine di Dio, e ognuno di noi è oggetto di questa gratitudine: “lo Spirito opera tutto in tutti”, dice ancora S. Paolo. Guardiamo quindi al carisma dei nostri fratelli con la coscienza che nel fratello c’è un tesoro, c’è un segno della gratitudine di Dio, c’è almeno un carisma. Non pensiamo mai di non aver ricevuto nulla, o che il fratello che abbiamo accanto non abbia ricevuto nulla. Ognuno di noi ha ricevuto almeno un carisma da mettere a disposizione, una grazia di Dio che deve essere esercitata al servizio della comunità. Dobbiamo guardare all’altro, quindi, senza invidia e gelosia ma con la certezza che anche noi abbiamo ricevuto grazia e avere il desiderio di metterla a disposizione: “A ciascuno è data una particolare manifestazione dello Spirito per l’edificazione della Chiesa”.
“Tutto in tutti” ma a partire da ciascuno perché, se ne manca uno, questo “tutti” non si realizza. Quanti siamo nel gruppo? 20. Allora siamo almeno 20 doni e il nostro tutto si realizza se tutti e 20 si lasciano usare: Questo tutto deve sempre crescere, dobbiamo desiderare che cresca la manifestazione di Dio: più siamo, più doni siamo e più grazie sono presenti.
Non voglio che rimaniate nell’ignoranza”, dice Paolo e questa è una delle cose più importanti sulle quali non possiamo avere ignoranza.
Cosa contano allora, il numero o le grazie? Le grazie sono per il bene di tutti ma a partire da ciascuno. Compito primario del Pastorale di Servizio è quello di aiutare ciascuno a servire, a donarsi agli altri, a riconoscere i propri carismi, e ad esercitarli tutti.  

E’ importante distinguere tra carisma della preghiera (comunitaria) e preghiera (personale): noi facciamo esperienza della preghiera personale nella nostra vita, nei nostri momenti di incontro intimo e personale con Gesù, ma quando ci riuniamo insieme sotto l’azione dello Spirito, allora si parla di carisma della preghiera.
I carismi sono tutti doni che il Signore dà a ognuno quando siamo riuniti come comunità, come Corpo di Cristo. Non sono investiture che improvvisamente fanno diventare una persona ciò che non è, i carismi si innestano nella natura umana come completamento, affinità, per libera elargizione dello Spirito.  

Troppo spesso nei nostri incontri partiamo subito con l’invocazione dello Spirito Santo. Appena entriamo in una sala sembra di essere entrati in una Chiesa e quindi non si parla, non ci si accoglie, non si entra in comunione. Si chiudono gli occhi si invoca immediatamente lo Spirito: questa non è Sapienza.
I carismi si innestano nelle nostre vite, in noi, non possiamo prescindere da questo. Partiamo dal presupposto che normalmente ci si incontri una volta alla settimana - due per alcuni gruppi - quindi ci incontriamo dopo tre o sei giorni e probabilmente abbiamo lasciato a casa o sul posto di lavoro qualche disastro o ci portiamo dietro i nostri problemi. Pensiamo forse che solo per il fatto di mettere piede nel luogo della preghiera improvvisamente tutto scompaia per incanto e siamo pronti a lodare e gioire perché invochiamo lo Spirito?
È molto importante che i responsabili, gli animatori della preghiera richiamino i fratelli, li aiutino a entrare nello stupore, nell’attesa di Dio che viene in mezzo a noi e aiutino i fratelli a riconoscersi portatori di questa grazia di Dio che sono i carismi e di metterli al servizio della comunità. È molto importante che ognuno decida di esercitare i propri carismi per espandere il Regno di Dio mediante i servizi, i ministeri che fanno riferimento ai doni che Dio ci ha dato.  

È quindi fondamentale, in un incontro di preghiera, che il momento iniziale sia dedicato all’ACCOGLIENZA. S. Paolo non parla di una accoglienza ma delle accoglienze, così come parla del carisma delle guarigioni, delle profezie. Sono molteplici. Intanto dovremmo capire in quanti modi lo Spirito ci permette di accoglierci.  

Vogliamo allora partire subito dall’accoglienza perché è da lì che ha inizio un incontro di preghiera carismatico, non possiamo trascurare questo momento fondamentale.
Il Pastorale di Servizio deve essere sempre puntualissimo, non si può arrivare dopo. Il padrone di casa non dà appuntamento a casa sua senza farsi trovare. Il Pastorale fa le veci del padrone di casa che accoglie, che prepara, predispone e dispone anche l’ambiente con l’aiuto di altri fratelli del gruppo. Anche preparare l’ambiente è fondamentale.  

Prima di tutto deve essere chiaro CHI ACCOGLIAMO. Anna, Toni, Piera, Giuseppe? Umanamente pensiamo di accogliere il fratello o la sorella. In realtà, Colui che noi accogliamo è Gesù, che vive nel cuore del fratello o della sorella: Gesù in Anna, Gesù in Toni, Gesù in Piera, Gesù in Giuseppe! ACCOGLIAMO LA PRESENZA DI GESÙ IN LORO! E vi pare poco? Se gli diciamo “buongiorno”, “buonasera” non è una bella accoglienza, se vediamo il fratello sudato e ci dà fastidio dargli un bacio questa non è una bella accoglienza. Se non abbiamo molto trasporto per un fratello e magari ci accontentiamo di dargli una pacca sulla spalla anche questa non è una buona accoglienza. Non è di certo l’accoglienza che faremmo a Gesù. Allora dobbiamo diventare consapevoli che in realtà siamo chiamati ad accogliere quel Gesù che vive in ognuno. Cosa portava Madre Teresa ad accogliere i più malati, i moribondi, i lebbrosi e gli sporchi ai cigli delle strade di Calcutta? Non era forse la certezza che dietro tutti si celava il Volto di Cristo? Riflettiamo sul nostro modo di accogliere. È l’accoglienza che faremmo a Gesù? Accogliere deve essere una grande gioia!
Coloro che sono chiamati all’inizio dell’incontro di preghiera a guidare questo momento importantissimo devono essere molto convincenti nel far capire all’assemblea ciò che si va a vivere, ed aiutare tutti a capire che ciò che si fa è un canto sacro, un gesto sacro, un bacio sacro, un incontro tra salvati. Dobbiamo comunicarci la meraviglia della consapevolezza che dentro di noi c’è Gesù: io ti accolgo nel nome di Gesù, perché sei un salvato e membro del corpo di Cristo, membro di una comunità di salvati. Questo è il primo e fondamentale momento in cui riconosciamo la presenza di Gesù in mezzo a noi, viva e presente nel cuore del fratello. L’accoglienza deve essere annuncio pasquale, deve cioè trasmettere la gioia, far passare dalla morte alla vita, dalla tristezza alla gioia, dalla solitudine alla comunità, dal non avere stima di sé al capire che Dio ha stima di me.
Se nell’accoglienza non passano queste verità siamo fermi allo stadio di una accoglienza puramente umana: “buongiorno”, “buonasera”, “come va?” “come state?”. Magari mentre ti accolgo ti dico cose che altrimenti mi dimenticherei di dirti dopo... Tutto inutile. Non serve a niente. Magari queste cose possono anche servire a dare un inizio ma non siamo entrati alla presenza del Cristo in noi. Andate in un gruppo di Alcolisti Anonimi che si ritrovano nel loro cammino di disintossicazione e troverete un buon moderatore che fa accoglienza conviviale, ma noi non siamo ad un loro incontro - con tutto il rispetto per loro - noi ci riuniamo nel nome di Gesù. Allora attenti, animatori, ad aiutare l’assemblea a entrare nella vera accoglienza carismatica.  E’ una sfida che dobbiamo affrontare ogni settimana: siamo chiamati per mesi a fare l’accoglienza alle stesse persone. Ed ecco la bellezza e la fantasia dello Spirito che ci dovrà suggerire delle modalità, dei gesti, dei segni, dei modi nuovi per poter accoglierci: non lasciamoci prendere dall’abitudine quando incontriamo quasi sempre le stesse persone e non tralasciamo tutto ciò che può creare nei fratelli stupore, attenzione, decisione.
Perché S. Paolo parla delle diverse accoglienze? Perché non siamo chiamati ad accogliere un solo fratello ma tanti che però sono chiamati a diventare UNO: IL CORPO DI CRISTO. Arrivano all’incontro essendo diversi anche nelle loro storie e situazioni personali, fisiche, sociali, economiche e una buona accoglienza deve tener presenti queste diversità, le povertà e i diversi stati d’animo.
A chi si addice la capacità di accogliere? Chi in una comunità è orientato, proprio per una grazia che Dio gli concede, a svolgere questo ministero? Anche! Chi sta alla porta? Anche! Chi fa l’accoglienza all’inizio della preghiera? Sicuramente! Ma chi soprattutto? Il Pastorale di Servizio. Un buon Pastorale di Servizio serve, accoglie. Certo si fa affiancare nel ministero da altri fratelli chiamati dal Signore a questa diaconia che i Padri della Chiesa e S. Paolo legano ad una particolare condizione del cuore, LA COMPASSIONE. Questa particolare condizione interiore è quella di Cristo, perché Cristo accoglieva tutti, osservava ogni cosa senza giudicare. La “compassione” è la condizione fondamentale dell’accoglienza! Chi sa “com-patire”, “patire con”, comprendere, abbracciare, chi accoglie deve avere il volto compassionevole, lieto, gioioso e non lo sguardo ripiegato, non la vergogna. La nostra immagine diventa immagine del Cristo compassionevole, ecco perché ci si deve preparare bene e sentire questa unzione che lo Spirito ci dona. E non dobbiamo credere di accogliere con le nostre forze, ma con Cristo, che attende proprio te. E se mi sei antipatico, se non riesco a venirti incontro, ad accoglierti, allora chiederò a Gesù di aiutarmi a vederti con i suoi occhi - forse ci vorrà un mese, forse sei mesi, forse un giorno o una vita - ma io a Gesù non posso non dire: “Non riesco a vedere Te in quel fratello, aiutami Tu!”, e sicuramente Egli verrà in nostro aiuto perché è Lui che vuole accogliere proprio quel fratello attraverso di noi!
Non facciamo quindi l’accoglienza formale di cui abbiamo parlato prima oppure non rifugiamoci subito nella lode.
Nell’accoglienza carismatica ci sono delle parole che non devono mai mancare.
Cosa vi sembra importante che i nostri fratelli si sentano dire quando li accogliamo? Nell’accoglienza bisogna manifestare la presenza di Dio, dando una risposta ai loro bisogni veri e non una risposta ai loro desideri umani! Occorre far capire che cosa Dio vuole da loro, qual è il piano di Dio... Tanti vengono per realizzare il loro volere - una guarigione, una liberazione, una consolazione, un abbraccio, magari perché si canta, si balla, o perché “mi faccio il fidanzato”, “mi sposo” - sono tante le valutazioni umane che entrano in gioco, ma noi non dobbiamo accogliere partendo da quello che è il volere del fratello! Devo avere sì la capacità di parlare a chi vive sul piano del mondo, a chi magari vive in quel momento la divisione in famiglia, la capacità di cogliere le difficoltà, i disagi, le attese, ma soprattutto devo portare il fratello sul piano di Dio: “il miglior sollievo per chi soffre è quello che viene ricevuto da chi solleva un altro nel nome del Signore”... Questa è la volontà di Dio, dello Spirito, che ha fatto nascere il Rinnovamento: far capire che siamo una realtà di salvati e questo piano va annunciato subito. A questo servono tutti i carismi e la Chiesa. AD ESPANDERE IL REGNO DI DIO.
Quindi nelle accoglienze va richiamato questo vero annuncio pasquale:  

Siamo un unico corpo, quello di Cristo,
siamo i familiari di Dio
i fratelli di Gesù
con noi cantano gli angeli, i Santi
scende in mezzo a noi il Paradiso
questo non è il luogo dell’odio e del rancore e della tristezza,
ma è il luogo dell’amore!  

Queste sono le cose che vanno affermate in una accoglienza carismatica. Se così avviene, il frutto dell’accoglienza è l’apertura del cuore del fratello alla presenza del Signore.  

SE NOI NON ACCOGLIAMO, CRISTO NON PUÒ ACCOGLIERE IL FRATELLO perché Cristo si serve di noi!  

Volete sapere qual è il segreto della comunione, della vita di comunione? Quanto tempo passiamo a pregare per i fratelli, uno per uno, e quanto tempo essi pregano per i responsabili.  Se non permettiamo allo Spirito di presentarceli non riusciremo mai a vederli con gli occhi di Gesù ma sempre con i nostri occhi. Noi non ci scegliamo i fratelli, questo è il mistero di Dio, e i fratelli vanno accolti come li ha scelti Gesù: se sono preziosi ai suoi occhi, sono preziosi anche ai miei occhi. Se questa fraternità la sperimentiamo durante la settimana e ci impegniamo nella preghiera gli uni per gli altri, statene certi che quando vi ritrovate all’incontro del gruppo sentirete la comunione dello Spirito e non farete fatica ad accogliervi perché vi sarete accolti ogni giorno in preghiera e sarà una gioia ritrovarvi, non un peso.  

* Preghiamo per i fratelli ma soprattutto lodiamo il Signore per loro. Nella lode non entra il giudizio ma la riconoscenza a Dio per tutto il positivo che c’è negli altri che sono il dono di Dio per me. E il fratello è un dono di Dio.  Ogni fratello è dono per me, comunque egli sia, che mi piaccia o no. Dice S. Paolo: "Siate riconoscenti!" del dono di Dio, di qualunque dono di Dio, di voi stessi e del vostro fratello.  

L’accoglienza non è una preghiera introduttiva, ma tante modalità che lo Spirito ci dona e ci suggerisce per portare il fratello alla presenza del Signore.  

Come bisogna portarlo? A tutti i costi o rispettando i tempi?
Se io inizio a lodare subito e il fratello è nell’afflizione, lo sto rispettando o sto forzando i tempi? Riflettiamo sull’automatismo che nell’incontro ci porta subito a lodare. È successo - lode, lode, lode - e poi tante volte la lode non parte e perché? Perché non siamo riusciti con una buona accoglienza a portare i fratelli alla presenza del Signore! Quindi, sempre, prima di tutto, una buona accoglienza, sempre, prima di tutto, questo stare insieme nel Signore.  


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