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L'accompagnamento spirituale
Luisa Bellocchia, Comunità di Gesù - Torino

Gruppo "Gesù Buon Pastore", Chivasso - 18 marzo 2004
(Testo tratto da audiocassetta)


Parlando dell’accompagnamento spirituale, c’è una Parola di Dio che ci parla e ci fa ben capire che cosa è l’accompagnamento.
È il capitolo 5 del libro di Tobia, intitolato “Il compagno”; una parola un po’ lunga che vi consiglio di leggere a casa con attenzione. In questo brano si legge la storia di Tobi, padre di Tobia, che si decise di mandare il figlio a recuperare del denaro che un tempo aveva depositato nella Media. Tobia non è pratico della strada che deve fare per arrivare nella Media; non conosce neanche i termini del deposito, cosa deve dire o fare. Esprime perciò al padre le sue difficoltà. Dopo avergli spiegato ogni cosa il padre aggiunge: “Cercati dunque, o figlio, un uomo di fiducia che ti faccia da guida” (Tobia 5, 3b).
Tobia uscì quindi, in cerca di qualcuno che fosse “pratico” della strada e si trovò davanti l’angelo Raffaele. Non sospettando però minimamente che si trattasse di una creatura celeste, chiese a quest’uomo, a questo giovane, se conoscesse la strada per andare nella Media. E il giovane gli rispose: “Certo, parecchie volte sono stato là e conosco bene tutte le strade” (Tobia 5, 6a). Allora Tobia portò questo giovane dal padre, che gli chiese la sua disponibilità ad accompagnarlo, domanda alla quale Raffaele acconsentì: “Si, posso accompagnarlo; conosco tutte le strade. Mi sono recato spesso nella Media. Ho attraversato tutte le sue pianure e i suoi monti e ne conosco tutte le strade” (Tobia 5,10b).
L’episodio di Tobia continua e se ve lo leggerete a casa vedrete quanta grazia, quanti frutti di gioia e di guarigione questo “accompagnamento” porterà.

Questo passo ci porta ad una realtà di cui tutti, TUTTI, dobbiamo tenere conto: NON SI PUÒ CAMMINARE DA SOLI SENZA RISCHIARE DI PERDERSI. Dobbiamo quindi cogliere l’opportunità che ci viene data di farci aiutare da qualcun altro, da dei fratelli. Questa opportunità, che esiste nella Chiesa e nelle realtà laicali, va sotto il nome di ACCOMPAGNAMENTO: è la grazia di avere un fratello, una sorella, un po’ più esperto nel cammino, che “conosce tutte le strade” perché le ha già percorse, a cui chiedere di accompagnarci lungo la strada come Raffaele ha fatto con Tobia. È un termine che significa stabilire una relazione con un’altra persona, e farsi vicino, farsi compagno, significa avere qualcuno cui potersi rivolgere per farsi aiutare, per farsi ascoltare, per chiarire i nostri dubbi, per fare le nostre verifiche.
È pericolosissimo verificarsi da soli, noi non abbiamo mai lo sguardo adatto a verificarci da soli, gli altri ci vedono molto meglio di quanto ci vediamo noi. È avere qualcuno che ci aiuti a cogliere, capire l’azione continua dello Spirito in noi.  

Lo Spirito che anima l’accompagnamento è quindi l’AMORE, l’accompagnamento è una questione di CUORI, nella sincera ricerca della volontà di Dio. Questo è un punto importantissimo che dobbiamo far calare bene nel nostro cuore: NELLA SINCERA RICERCA DELLA VOLONTÀ DI DIO! E nell’orientamento al bene, ecco perché abbiamo bisogno di non essere da soli. La ricerca della volontà di Dio è troppo importante nel nostro cammino, nella nostra vita nello Spirito, nella nostra vita tout-cout, perché possiamo rischiare di orientarci nella strada sbagliata. Io, nella ricerca della volontà di Dio per me, posso certo pregare, posso chiedere il dono dello Spirito, posso anche avere una formazione al discernimento, ma guardate che la tendenza a far sì che la volontà di Dio corrisponda alla mia, è facile. A questo proposito mi ricordo, ad esempio, l’episodio buffo di un fratello che un giorno arrivò dicendo: “sono proprio contento perché ho capito che Gesù la pensa come me!”. Veramente bene, vero?  

Ogni situazione della nostra vita è una situazione di chiamata, la vita cristiana ha una struttura vocazionale, con chiamate e risposte. Non sono solo le “grandi” chiamate – mi sposo o non mi sposo, entro in un convento o non ci entro – ma c'è tutta una serie di “chiamate nella chiamata”: sono stata chiamata alla vita, sono stata chiamata ad essere figlia, poi ad essere moglie, e poi ad essere madre o padre, queste sono tutte chiamate, ma all’interno di queste chiamate sono stata chiamata ad essere cristiana, a fare un cammino di fede, in un movimento piuttosto che in un altro, con una spiritualità piuttosto che un’altra. Bene, sono stato chiamato al Rinnovamento ma dentro a questa chiamata ci sono altre chiamate, una chiamata ad un servizio particolare per i doni che il Signore mi ha dato, una chiamata ad un gruppo piuttosto che a un altro, ad una comunità, e dentro la comunità ad un servizio piuttosto che ad un altro, e via di seguito. È continuamente una struttura vocazionale, continuamente il Signore chiama e continuamente dobbiamo dare una risposta e voi capite bene che questo chiamare e rispondere ha bisogno di un qualche supporto, di qualcuno che insieme a noi aiuti al discernimento, ci faccia vedere i segni che noi non riusciamo a cogliere, pur rispettando la nostra assoluta libertà di decidere.  

Che tipo di relazione è questo “accompagnamento”?

Certo l’accompagnamento non è un trovarsi a fare quattro chiacchiere con un altro davanti ad una tazza di thè.
Nell’accompagnamento i contenuti sono di un certo tipo, davanti ad una tazza di thè sono di un altro tipo.
Questo perché L’ACCOMPAGNAMENTO NON È UNA RELAZIONE AMICALE - il che non vuol dire che io non debba scegliermi un accompagnatore che non mi stia simpatico - ma NEL MOMENTO DELL’ACCOMPAGNAMENTO LA SITUAZIONE NON È PIÙ PARITARIA, il livello cambia. Nel momento dell’accompagnamento il livello dell’accompagnatore è UN PASSO PIÙ SU, perché in quel momento c’è UNA GRAZIA DI STATO che scende sull’accompagnatore, che ha ricevuto UN MANDATO da parte del Pastorale e in virtù di quel mandato di fare un servizio di accompagnamento in quel momento di accompagnamento il fratello ha una grazia particolare. Quindi cambiano i livelli.
E finito l’accompagnamento si può essere amiconi come prima. Questa è una cosa seria: NON È UNA RELAZIONE AMICALE, perché comunque non serve a niente scegliersi come accompagnatore l’amico, che non mi dà mai torto perché ha paura di offendermi, perché mi conosce da una vita ed ha pazienza da vendere. Essendo amico mio, c’è il distacco necessario per avere lo sguardo di Dio e non lo sguardo dell’amico? È meglio che non sia l’amico!
La scelta dell'accompagnatore è delicata perchè implica anche una questione di stima, di fiducia, di riconoscere nell’altro un cammino già fatto, oltre ad una questione di avere, certo, un’apertura di cuore nei confronti dell’altro, perché io non posso andare ad aprire il mio cuore ad una persona con la quale proprio non ce la faccio! Siamo tutti nel gruppo, tutti in preghiera ma siamo tutti uomini e donne con la nostra umanità. Ci sono sicuramente delle persone che “a pelle” non reggiamo. Deve essere una persona con la quale intuisco di poter aprire il mio cuore, ma non proprio l’amico del cuore.  

Passiamo ora ai contenuti. L’accompagnamento ha dei contenuti che gli sono propri.

  1. Il primo è LA MEMORIA DELLA PAROLA DI DIO, io credo che tutti noi abbiamo i libri, le bibbie, i cassetti pieni di miriadi e miriadi di immaginette o foglietti con scritte, con citazioni, con parole che ci sono state date - nel corso degli anni - quando qualcuno ha pregato su di noi. Io credo che ciascuno di noi ha ancora il cartoncino, l’immaginetta con le Parole, le immagini, le profezie che ci sono state date nel momento della nostra preghiera di Effusione. In quelle Parole c’è il progetto di Dio su di noi, e se ve lo dico è perché l’ho provato. Riprendiamole, rileggiamole, preghiamoci sopra e vediamo dove siamo arrivati. Vedrete che lo capirete il percorso che il Signore ha fatto con voi ogni anno.
    Questo è un lavoro che bisogna fare, non da soli, ma con l’accompagnatore.
    Per “memoria della Parola” intendo anche dire il vedere se la Parola di Dio, la Parola che il Signore ha dato nel momento della preghiera – perché una base dell’accompagnamento è la preghiera fatta insieme, durante la quale il Signore parla – ha provocato qualcosa, si è realizzata, ha voluto dire qualcosa per me. E in caso negativo perché? Perché non l’ho più guardata o perché i tempi sono diversi?
    E nei momenti difficili del cammino, ci sono per tutti, nel deserto, quando tutto va storto, va male, torniamo a fare memoria di quello che il Signore ci ha detto e troveremo lì la consolazione, troveremo lì il punto dove ci siamo fermati e capiremo la ragione per cui ci troviamo in questo stato.
  1. Altro contenuto fondamentale dell’accompagnamento è LA VERIFICA DELLA NOSTRA PREGHIERA PERSONALE, cioè di come sono messo con la mia preghiera personale, con il mio rapporto con il Signore, con la mia relazione personale con il Signore, con il mio appuntamento quotidiano con Lui, se ho delle DIFFICOLTÀ NEL CAMMINO, dove, come, e perché. Vediamole insieme, preghiamo per questo.
  1. Altra verifica – facciamo tutti vita di gruppo – è LA CRESCITA NELL’AMORE TRA FRATELLI: “Io ho un problema con questa persona qua”, ecco, l’accompagnamento aiuta a verificare cosa possiamo fare, oltre a pregare...
    E poi la verifica nella TRASPARENZA, nel PERDONO - tasto dolente e difficile per tutti - e nel SERVIZIO: “Ecco, non mi danno mai un servizio, io non sono nessuno” oppure “Guarda un po’, mi hanno dato questo servizio qui ma io sono sicuro di avere un carisma per quell’altro servizio là”. Nell’accompagnamento ci aiutiamo quindi anche a capire i doni, i CARISMI ricevuti dal Signore, la loro crescita in noi…
  1. Un altro contenuto è LA RIVELAZIONE DELLE MERAVIGLIE CHE IL SIGNORE FA PER NOI, nella nostra vita. È un aiuto a guardare non solo le cose che non vanno, che dobbiamo chiedere, ma anche e soprattutto a guardare le cose che “vanno”, le meraviglie di Dio nella nostra vita di tutti i giorni, le piccole cose di tutti i giorni, che magari noi diamo per scontate, per via dell’abitudine.

Il “tempo” dell'accompagnamento.

Questo incontro di accompagnamento è una relazione che ha un tempo, non i cinque minuti ma neanche le tre ore perché finisce che, se io faccio regolarmente il mio accompagnamento, è praticamente impossibile io abbia da dirti tutte le volte per tre ore. Finiamo poi per divagare. In Comunità noi ci diamo circa un’ora, un’ora e mezza. L’ACCOMPAGNAMENTO VA quindi anche PREPARATO, con i punti che devo affrontare. Magari ne verranno fuori anche altri, ma intanto andiamo con delle idee chiare in testa.  

L’ACCOMPAGNAMENTO, poi, NON È A TEMPO INDEFINITO. Io oggi scelgo una persona che è colei che risponde al mio bisogno in questo momento, al mio livello di crescita, al servizio cui sono chiamato. Sicuramente nel tempo le situazioni cambiano, cambio io come livello di crescita, cambia quello che il Rinnovamento, la Comunità mi chiede, finiscono dei tempi e allora non è più lei la persona adatta a farmi fare quest’altro pezzo di cammino, ma è qualcun altro che magari ha già fatto quelle esperienze che io sto vivendo in quel momento, che ha delle altre possibilità e/o capacità, più adatte al mio cammino da qui a lì.  

L’accompagnamento è quindi una relazione tra ACCOMPAGNATO e ACCOMPAGNATORE.  

Vediamo un attimo come l’ACCOMPAGNATO deve disporsi nei confronti dell’accompagnatore, qual è l’atteggiamento che deve tenere e quali sono le modalità che devono farmi capire qual è il mio accompagnatore. La prima cosa che un accompagnato che voglia fare un serio cammino di accompagnamento deve fare è l’ACCOGLIENZA NELLA FEDE, SENZA RISERVE, DELL'ACCOMPAGNATORE: è un aprire il cuore nella fede. L’accompagnamento è un dono che il Signore fa a ognuno, che possiamo prendere, possiamo lasciare da parte, nella libertà, ma è comunque un dono, che presuppone che io mi fidi di chi mi ha fatto questo dono, cioè del Signore, e quindi anche della persona che mi ha ispirato.
È una questione di FIDUCIA, senza la quale non partiamo nemmeno.

È un cammino di crescita nella TRASPARENZA. Con il mio accompagnatore o la mia accompagnatrice, io non posso mettermi delle maschere. Non posso pormi di fronte alla persona che mi accompagna nella menzogna, nel dirti quello che non è, perché è una questione di Spirito Santo, ed anche di mia serietà.
Se io accetto ed accolgo un accompagnatore che mi segua nel cammino, devo essere trasparente, il che non vuol dire andare a confessare i miei peccati, attenzione, vuol solo dire essere sincero.  

Dobbiamo veramente intendere l’accompagnatore come un compagno di viaggio, qualcuno che è al mio fianco e viaggia con me ma nello stesso tempo NON DEVO DIVENTARE DIPENDENTE DAL MIO ACCOMPAGNATORE. Cosa vuol dire diventare dipendente? Vuol dire che non muovo più una foglia nella mia vita se lui o lei non mi dice sì o no. Che se non c’è questa persona io sono perso, che se non mi dice cosa devo fare io non faccio più un passo. No!
LA LIBERTÀ DEI FIGLI DI DIO è fondamentale.
Devo essere libero di decidere. Un conto è avere una guida, un conto è diventare dipendente da questa persona. L’accompagnatore può esprimere il suo parere (può anche dirti “guarda io farei così, penso che converrebbe…”) ma LE DECISIONI – e questo è un altro punto che dobbiamo avere ben chiaro nel cuore e nella mente – DEVONO ESSERE LIBERE E AUTONOME. La decisione finale, per qualsiasi situazione, è sempre dell’accompagnato. Libera e autonoma. E potrebbe anche essere l’esatto contrario di quello che l’accompagnatore mi ha consigliato, potrebbe anche essere la decisione sbagliata. Ma ho la libertà di farlo, di prendere la decisione sbagliata. Perché nessuno può costringere le persone a fare la volontà di Dio. Siamo liberi.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (Cap. 1, art. 3) si dice: “Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti perché esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente con l’adesione a Lui, alla piena e beata perfezione” e la stessa parola di Dio in Galati 5, 1, ci dice che “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”.  

Vediamo ora la figura dell’ACCOMPAGNATORE.
L’accompagnatore deve essere colui che accoglie il fratello CON CUORE PURO E SENZA GIUDIZI, perché se già ho giudizi miei, non ho più quell’“indifferenza”, quel distacco necessario per aiutare l’altro a prendere delle decisioni o in qualunque difficoltà.
Dobbiamo avere il massimo rispetto dell’altro: il fratello che ho dinanzi mi parla della sua storia sacra, è un mistero di fronte al quale dobbiamo toglierci i calzari. Gesù deve essere il filtro tra accompagnato e accompagnatore. L’accompagnatore deve avere un orecchio al fratello che mi sta parlando e contemporaneamente un orecchio a Dio.

Naturalmente deve essere garantita sempre la MASSIMA RISERVATEZZA circa i contenuti dell’accompagnamento. Questo da parte dell’accompagnatore ma anche da parte dell’accompagnato. Perché, essendo una relazione “di cuore” ed una relazione che mi aiuta nel cammino, è un contenuto di un momento sacro, che l’accompagnatore ha nel cuore. Se quello che tu dici all’accompagnatore lo dici ad altre venti persone, non va bene. È un qualche cosa di storia sacra, che rientra, come abbiamo detto prima, in un momento di grazia particolare, perché è inutile e dannoso andare a cercare risposte da più persone fino a quando troviamo quello che ci dice quello che volevamo sentirci dire e che ci piace. Dobbiamo avere il coraggio e la serietà di sapere che possono esserci delle situazioni, che noi condividiamo con il nostro accompagnatore, che ci portano a ricevere delle risposte o degli aiuti che in quel momento possono anche non piacerci. Ma nella fede che, poiché lo facciamo nel Signore e nella preghiera, quel momento per noi è necessario. A nessuno piace mai essere corretto, a nessuno piace sentirsi dire “Guarda, tu pensi che sia proprio così, che questa situazione la vivi bene, ma io ti dico che, per l’esperienza che ho avuto, per come ti vedo, forse non è proprio così. Dobbiamo correggere il tiro”.  

L’ACCOMPAGNATORE PREGHERÀ SEMPRE PER OGNI SUO ACCOMPAGNATO e potrà pregare con l’obiettivo giusto, proprio perché all’interno dell’accompagnamento i problemi vengono fuori, e allora io potrò pregare per quell’aspetto, per quella debolezza, potrò pregare ringraziando il Signore per questo dono che ho visto manifestarsi, per questo servizio al quale sei stato chiamato. Potrà essere una preghiera molto più intima, molto più del cuore.

Infine, e lo ripeto ancora una volta, l’accompagnatore NON OBBLIGHERÀ MAI A FARE NULLA. Consiglierà, condividerà, pregherà, suggerirà, magari picchierà anche in testa un po’, se è il caso, ma rispetterà sempre la libertà dell’individuo.
Sempre nel Catechismo della Chiesa Cattolica si dice che “la libertà è il potere radicato nella ragione e nella volontà di agire o non agire”, di fare questo o di fare quello. Grazie al LIBERO ARBITRIO ciascuno dispone di sé. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio e questo dobbiamo averlo ben presente perché la nostra libertà, certo c’è, ma va ordinata a Dio.  

Questo è l’accompagnamento, che NON È DIREZIONE SPIRITUALE. La direzione spirituale è un’altra cosa, con altri contenuti, di vita, molti più profondi.
L’accompagnamento è veramente avere un compagno di viaggio per il cammino che stiamo facendo. In un gruppo di RnS, com’è il nostro caso, l’accompagnamento è avere qualcuno che mi stia accanto, che ha già fatto questo cammino da più tempo, che mi aiuti a capire questa spiritualità, a seguire lo Spirito, a superare le mie difficoltà, a verificarmi sulla mia preghiera.   L’accompagnatore è UNO (o una), NON POSSIAMO AVERE PIÙ ACCOMPAGNATORI. Ad UNO io mi relaziono in una relazione di accompagnamento. Questo non vuol dire che io non posso parlare più con nessun altro, attenzione! Sono i contenuti che sono diversi. Io posso parlare con chiunque, ed anche aprire il cuore ad un fratello o ad una sorella che in quel momento posso trovarmi accanto, va bene, ma questo non è l’accompagnamento.
Un conto è il mio sfogo o la mia condivisione, un conto è l’accompagnamento.
L’accompagnatore è uno, come uno è il direttore spirituale e normalmente quello che mi dice il direttore spirituale è quello che mi dice l’accompagnatore, perché lo Spirito è Uno.
Quindi, FARSI ACCOMPAGNARE È UN ATTO DI FEDE.
ACCOMPAGNARE È UN ATTO DI FEDE, perché è una responsabilità grande. Questa ottica si può meditare, questa è una realtà che si può cogliere o non cogliere, non c’è nulla di obbligatorio, ma nel momento in cui si decide di coglierla, dobbiamo essere consci che è una grazia che ci viene data ma perché sia una Grazia va vissuta con serietà.

DOMANDE.

Certo, la prima persona a cui chiedere se quella persona può essere il mio accompagnatore è sempre il Signore, quindi certamente ci vuole un tempo di preghiera – e non dieci minuti – in cui chiediamo al Signore “Signore, indicami la persona giusta!”. C’è poi un discernimento “ignaziano” molto semplice, che è quello dell’apertura-chiusura del cuore, ma non umanamente parlando. Diciamo che abbiamo individuato una o due persone. Chiediamo al Signore chi è! Può anche essere una persona cui voglio bene, che stimo, che riconoscerei come la migliore accompagnatrice su questa terra, ma “se non è adatta a me, Signore, chiudimi il cuore in questo momento”. E vi garantisco che il Signore lo fa.
Dunque prima si interpella il Signore, poi la persona in questione “Senti, mi sembra di aver capito che tu potresti essere la persona adatta a me. Tu hai la stessa apertura di cuore?”. Poi si può pregare insieme. La disponibilità dev’essere da entrambe le parti, almeno a livello di gruppo di preghiera.

Innanzitutto DEVONO GIÀ AVER FATTO IL CAMMINO, DEVONO GIÀ CONOSCERE LA STRADA, quindi un po’ di anzianità di cammino è necessaria.
Il Pastorale di Servizio deve poi individuare in quella persona “candidata” a diventare accompagnatore un carisma di discernimento, di ascolto - perché l’accompagnatore è quello che ascolta, non quello che parla - che ci sia un dono di apertura di cuore non solo nei confronti di qualcuno ma di apertura di cuore tout-court. Ci sono dei requisiti necessari, ma quello che tutti dobbiamo avere ben chiaro è che, se non siamo chiamati ad essere accompagnatori, non siamo più piccoli o meno considerati degli altri, allora vuol dire che la nostra chiamata a servire è in un altro campo.
Essere accompagnatori è UNA CHIAMATA, se il Signore chiama qualcuno, a quel qualcuno darà ciò che gli serve per quel servizio. Certo, se noi guardiamo bene noi non siamo né degni, né capaci, né adatti a fare nulla, però, se il Signore chiama, bisogna fare quel salto nel buio, quel salto nella fede credendo fermamente che se mi chiama a fare questo mi darà tutto quello di cui ho bisogno per farlo. Ve lo assicuro per esperienza personale. Non nascondiamoci dietro a niente, dietro l’esser giovane, dietro l’esser anziano, dietro il nostro avere molti impegni, dietro la salute o la malattia: se il Signore ha bisogno di te, ti mette nelle condizioni per farlo. Se il Signore chiama, non dobbiamo volergli dire di no! “Eccomi!” e il Signore provvederà.
Certo, la responsabilità dell’accompagnatore è quella della FORMAZIONE PERMANENTE, di formarsi continuamente, anche se rimane il fatto che l’accompagnamento rimane un atto di fede. Certo, nella fede si va, si accetta di fare questo servizio, perché quando mi fermo e penso che un giorno nostro Signore mi chiederà conto delle persone che mi ha messo davanti…
Ricordiamoci anche che per essere accompagnatori occorre vivere (o quanto meno aver vissuto) in prima persona l’esperienza dell’accompagnamento e, almeno per i primi tempi, consiglierei a coloro che sono individuati da Pastorale per il servizio di “accompagnatori”, di vivere quest’esperienza scegliendosi un accompagnatore fuori dal gruppo.
Quanto al MANDATO, esso è strettamente connesso alla GRAZIA DI STATO. Nel momento in cui io faccio l’accompagnatore, io devo essere mandato, a nome della Chiesa. E in una realtà come la nostra, chi mi può mandare a nome della Chiesa? Il Pastorale di Servizio, con tutto il gruppo che prega per me e su di me. Io non posso, da “battitore libero”, decidere che faccio l’accompagnatore di tutto il mondo: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, che vi accompagno io!”. Non funziona così!
Quanto alla GRAZIA DI STATO, nel momento in cui tu vieni mandato a fare questo servizio, cambia veramente tutto. Nella mia esperienza di accompagnatrice, un’esperienza che ho fatto dalla prima volta ma che vi garantisco faccio tutt’oggi, è che c’è un momento durante l’accompagnamento dove tu ti rendi conto che arriva il Signore e che non sei più tu.

L’accompagnamento è proprio un dono, perché NESSUNO è in grado di verificarsi, come servizio, come cammino, da solo. Per quanto obiettivo possa essere, non lo sono mai abbastanza.

Una cosa che dovrà essere fatta, da parte del Pastorale, è individuare alcuni “chiamati” a questo compito. Ci sarà poi una comunicazione ufficiale al gruppo, in questi termini: “ci è sembrato di capire che Caio, Tizio e Sempronia siano adatti a fare gli accompagnatori, scegliete tra questi”. Se l’accompagnatore, nonostante tutto questo, dovesse essere scelto fuori dal gruppo, beh, allora … certo è una questione di correttezza, di rispetto. Ci si può anche consultare su questo…  

L’accompagnamento, come prerogativa, è sempre individuale, personale, però ad es. io e mio marito accompagniamo delle coppie, io la moglie e lui il marito, però, se c’è l’esigenza, se la coppia lo desidera, si possono fare, ogni tanto, degli accompagnamenti di coppia, può anche essere utile a volte, e anche bello. L’accompagnamento è sempre personale.

 


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