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"Accoglietevi perciò gli uni gli altri
come Cristo accolse voi"
 Diana Trovò, Comunità di Gesù - Torino
 
Settimana formazione responsabili
Linguaglossa settembre 1999 (Testo ricavato da audiocassetta)


Spesso sento dire che, quando uno chiede ad un fratello: "che ministero hai  nel tuo gruppo?", quelli che hanno il ministero dell'accoglienza si sentono inferiori agli altri, come se avessero un ministero di seconda categoria, poco importante, dato a chi non è capace di fare molto. E' un po’, possiamo dire, la casalinga del gruppo: ci sono i "professionisti",ci sono quelli che fanno cose grandi, che animano la preghiera, fanno gli insegnamenti, animano il canto, e chi non sa fare altro viene messo nell' accoglienza.

Io, invece, voglio iniziare passandovi una definizione di questo ministero: l'accoglienza è il "sorriso dello Spirito Santo". E questo già dice molto, definisce nell' essenza questo ministero, che io ritengo il più grande di tutti.
Una volta, un fratello della Comunità delle Beatitudini disse che la cucina è il cuore della casa. Se in una casa la cucina funziona, allora circola l'amore. La cucina anche nelle favole è il luogo più umile, il servizio più umile che viene svolto. Lì risiede l'essenza autentica delle cose, delle cose più umili, delle cose più semplici.Sappiate che la verità sta nascosta proprio in queste cose semplici!

Il ministero dell'Accoglienza è il primo ministero di evangelizzazione, direi che è l'essenza, la vita del gruppo perché è il ministero che accoglie i fratelli, che li accompagna ed è veramente il "sorriso dello Spirito Santo;  attraverso questo ministero, infatti, si rende presente l' amore stesso di Dio.
Se siamo rimasti nel cammino del Rinnovamento è  perché siamo stati accolti.  Tutti noi ricordiamo molto poco della prima volta che siamo arrivati al gruppo, della catechesi o dei canti che abbiamo ascoltato, ma sicuramente ricordiamo il sorriso e il volto di qualche fratello o sorella  che ci è stato accanto, che ci ha parlato di questa esperienza strana, forse un pò eccentrica, ma che ci ha fatto conoscere l'amore del Padre. Ricordiamo tutti noi il volto di qualche fratello che con amorevolezza, con attenzione, con garbo, con discrezione si è posto accanto a noi e ci ha accolti, ci ha fatto sentire a nostro agio,  ci ha fatto sentire aspettati.
Io ricordo che mi sono sentita importante, come se quella sorella mi avesse conosciuta da sempre, mi avesse sempre aspettato. Avete mai fatto questa esperienza? Nessun gruppo può fare a meno dell' Accoglienza.
Diceva Padre Matteo La Grua, che l'accoglienza "è il biglietto da visita della comunità" perché è lo spazio vitale che permette all' amore di circolare, che spinge i fratelli a ritornare quando sono arrivati nel nostro gruppo.

Una domanda: "qual'è il cuore del kerigma? " Cosa diciamo noi ai fratelli quando gli annunciamo il Kerigma?  La prima cosa che diciamo è: "Dio ti ama !" Che cosa vuol dire? Vuol dire: "Dio ti accoglie", "Dio ti cerca", "Dio ti viene incontro". Io ricordo che la cosa che mi ha colpito maggiormente, quella che mi ha indotto a ritornare, è stata la certezza che Dio  mi amava  personalmente,  che Dio mi guardava in modo particolare, personale; mi sono sentita quella pecorella sperduta che Gesù si è caricato sulle spalle e che ha portato dentro fino all'ovile, la sua Chiesa, e si è preso cura di me, mi ha fasciato, mi ha curata, mi ha coccolata, mi ha dato da bere, mi ha dato da mangiare, mi ha fatto crescere e oggi sono qua.
"Dio ti ama" significa "Dio ti cerca", "Dio ti accoglie" così come sei, nella tua individualità, nella tua diversità, anche se sei un peccatore, ed è la cosa più grande che Dio possa aver detto all'uomo. Allora, accogliere un fratello significa dargli questo annunzio: "Dio ti accoglie!"
Come fa Dio ad accogliere un fratello? Dio accoglie il fratello attraverso di noi, attraverso il nostro sorriso, attraverso la nostra capacità di allargare le braccia, allora  ogni animatore, in modo particolare, deve essere l'uomo che accoglie perché è stato a sua volta accolto e toccato dall'amore di Dio. Se quello che facciamo e diciamo non passa attraverso il nostro vissuto quotidiano, la nostra esperienza di vita,non possiamo trasmettere ciò che non è nostro, ciò che non ci appartiene, resterebbero solo vuote parole.
Certo non è facile accogliere come Gesù, perché accogliere non è istintivo o  naturale; uno si sente portato verso il proprio simile per affinità psicologica, per simpatia; ma accogliere tutti, accogliersi con l'amore di Gesù non è così facile , perché se così fosse, potrebbe essere  soltanto un meccanismo psicologico e soltanto ipocrita. Io sorrido a tutti, ma, di fatto, nel mio cuore faccio delle preferenze.  Accogliere è vivere l'accoglienza che Dio fa a noi, è ricevere un dono che ci fa diventare accoglienti verso i fratelli.
Dice S. Paolo nella Lettera ai Romani 15,7: "Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi per la gloria di Dio". Non dimentichiamo qual'è il fine, lo scopo del regno di Dio e quindi dell' accoglienza e dell' amore che deve circolare: è la gloria di Dio.
E il fratello è un dono di Dio.  Ogni fratello è dono per me, comunque egli sia, che mi piaccia o no. Anche noi abbiamo delle parti del nostro corpo che amiamo un pò meno, a qualcuno forse non piace il naso, a qualcun'altro non piacciono i capelli lisci, ognuno di noi ha dei problemi, ma vero è che quando noi impariamo ad accogliere tutto ciò che siamo, impariamo a vivere nella pace con noi stessi, nell' armonia e nell' equilibrio. E così è nella nostra relazione con i fratelli. Dice S. Paolo: "Siate riconoscenti!" del dono di Dio, di qualunque dono di Dio, di voi stessi e del vostro fratello.
Vi sono due ambiti importanti dell'accoglienza di cui vorrei parlare con voi:

Perché faccio questa premessa? Perché non ci può essere accoglienza per il gruppo e nel gruppo se non c'è accoglienza all'interno del pastorale. Il dono più grande che bisogna chiedere al Signore quando si fa parte di un corpo, come membro di un pastorale, è la comunione. Non è importante chiedere carismi straordinari,  è necessario volersi bene. L'amore è come il lievito della pasta, fa fermentare tutto il corpo; è così che diventa annunzio, guida, crescita per i fratelli. Se non c'è comunione e se non c'è lo Spirito Santo, fonte di ogni comunione, se non c'è l'amore nel pastorale, il gruppo non può crescere perché manca la linfa. Non possiamo, quindi, diventare accoglienti se non viviamo l'accoglienza. Io posso accogliere nella verità il mio fratello, se prima ci siamo accolti come pastorale.
Ve lo immaginate un pastorale dove regna l'indifferenza, il risentimento, l'intolleranza, la maldicenza? E poi quando arrivano i fratelli del gruppo diventiamo tutti buoni, sorridenti, distribuiamo parole di profezia, animiamo la preghiera.....Secondo voi questo è un pastorale che diventa anima per il suo gruppo? Quali sono gli elementi fondamentali per vivere l'accoglienza secondo lo spirito evangelico?

  1. La prima forma di accoglienza è l'ascolto. Noi siamo spesso distratti, il fratello parla o tace e sovente rimane tagliato fuori dalla nostra vita. Ascoltare significa ascoltare ciò che dice il fratello per capire ciò che sta vivendo, significa ascoltare anche il suo silenzio, il suo dolore, il suo sbandamento, il suo momento di crisi. Ascoltare è il primo modo di accogliere un fratello e di farlo sentire parte del corpo, parte della mia vita.
    Quante volte ci riuniamo come pastorale e  cominciamo a pregare e pensiamo bene di metterci subito all'opera e organizzare secondo l'ordine del giorno e magari c'è un fratello che arriva con un peso nel cuore e nessuno se ne accorge! Nessuno si accorge che è triste, che è giù. nessuno si accorge che in quel momento il suo cuore e la sua mente sono altrove! E magari poi se ne torna a casa scoraggiato e dice: "Nessuno si è accorto di me!". Eppure nell'unità dello stesso Spirito ci siamo messi in preghiera e mossi sempre dallo stesso Spirito abbiamo organizzato qualcosa per i nostri fratelli. Siamo stati corpo? Anche se il nostro dito mignolo, il più piccolo, soffre, tutto il corpo soffre. Noi facciamo troppe cose e ascoltiamo molto poco. Io direi che è prioritario lo stare insieme piuttosto che il fare delle cose insieme. Piuttosto passare delle ore a pregare e a scambiarsi delle considerazioni, piuttosto che organizzare una giornata. Il pastorale non deve riunirsi solo per organizzare, ma anche per stare insieme, per ascoltarsi, per poter imparare e capire ciò che il fratello sta vivendo in quel momento dall'espressione del suo volto. Dove c'è amore c'è unità di intenti, di cuore, di ascolto e di fare, e non c'è bisogno di dire parole, l'innamorato guarda l'innamorata negli occhi e non c'è bisogno di parole!
  2. Secondo aspetto: noi abbiamo l'abitudine di voler omologare i fratelli, ma l'unità passa attraverso la diversità! Guai se fossimo tutti uguali! O se pensassimo tutti allo stesso modo! Tutti noi diamo per scontato questo concetto, ma quando un fratello dissente da noi ci riesce difficile accettarlo, facciamo fatica ad accettare il suo modo diverso di intendere, per esempio, la preghiera, di organizzare un ritiro. Accogliere la diversità del fratello significa anche accogliere la fantasia di Dio che ha fatto lui diverso da me! Questo è una ricchezza per me, sapete perché? Perché diventa una possibilità di confronto, la diversità è possibilità di dialogo e di confronto. In molti pastorali, chi la pensa diversamente, è, invece, messo da parte.
  3. Terzo aspetto: aspettarsi. Dice S. Paolo: "Aspettatevi gli uni gli altri!" Perché aspettarsi? Perché ciascuno di noi ha un suo proprio ritmo di crescita, ha un proprio ritmo di cammino. Aspettare il fratello significa avere pazienza, perché il Signore opera nella vita di ciascuno in modo diverso. Può significare anche non "mettermi in mostra" per evidenziare che l'altro ancora non ci è arrivato. Significa fare un passo indietro per non mettere in difficoltà il mio fratello che ancora non è arrivato a quel punto dove io mi trovo, in quella tappa del cammino in cui il Signore mi ha posto. Quante volte abbiamo detto: " Lui è troppo giovane e non può capire". Quando io sbaglio Dio non mi umilia, Dio ha pazienza con me, mi istruisce con attenzione finché non mi rendo conto di aver sbagliato. Chi siamo noi per permettere al fratello di entrare in crisi?  Chi siamo noi per additare il fratello? Magari per far vedere agli altri che noi siamo i più bravi, che sappiamo organizzare meglio, che noi sappiamo guidare meglio la preghiera, come se tutto non ci venisse da Dio. Gioire per il dono degli altri. Solitamente nei pastorali ci sono dei fratelli che sono più intraprendenti degli altri, che hanno anche dei doni più vistosi o apparentemente più utili. E qualche volta nascono delle gelosie. Bisogna gioire del dono del fratello, perché quel dono è anche per me, io sono corpo con mio fratello ed io non vengo privato di quel dono. Impariamo ad essere nella gioia quando un fratello è usato dal Signore in maniera più straordinaria. Il modo per sconfiggere le gelosie, le invidie è gioire del dono del fratello. I nostri pastorali non funzionano perché l'invidia, rivestendosi di buon senso, di amore per i fratelli, di amore per il regno di Dio ti fa demolire un fratello che il Signore usa, a nostro avviso, in maniera più bella e più grande rispetto a noi.
  4. Quarto aspetto: giustificarsi e perdonarsi. Il pastorale dovrebbe essere una palestra di perdono. Nessuno di noi si senta mai al sicuro! Una volta fu chiesto ad un fratello che predicava: "Tu hai dei nemici?" Il fratello ci pensò un attimo e disse: "No!" Si fermò, aspettò qualche minuto e disse: "Un momento, forse qualcuno!" Rifletté ancora durante la giornata e disse: "Forse sono due, tre, quattro..." Alla fine della giornata si rese conto che erano troppi! Noi riteniamo con troppa superficialità di non avere nulla da perdonare ai nostri fratelli. Spesso abbiamo dei risentimenti nel cuore, piccole cose di cui il demonio si serve e scava e ci fa soffrire. Anche quando pensiamo di non avere nulla da perdonare chiediamo al Signore che ci liberi il cuore dal risentimento e facciamo esercizio di perdono.
  5. Quinto aspetto: pregare gli uni per gli altri. Quanto pregate per i membri del pastorale? Una volta, un seminarista africano che studiava a Roma incontrò un altro seminarista che si lamentava della chiesa, dei vescovi, dei sacerdoti e allora il seminarista africano gli chiese: "Ma tu, preghi per il tuo vescovo?", gli rispose di no. "Allora, non hai diritto di criticarlo!" Non abbiamo nessun diritto di criticare e giudicare, l'unico nostro diritto è quello di pregare sui fratelli, pregare per i fratelli, pregare con i fratelli. Se il pastorale vive l'accoglienza diventa modello di accoglienza, non ci saranno parole sufficienti per convincere i fratelli ad amarsi ed accogliersi se il pastorale non vive l'accoglienza.
  6. Sesto aspetto: accoglienza per i fratelli. Accogliere i fratelli vuol dire che sono importanti per il gruppo, che è bello che loro ci siano e non dobbiamo dirlo solo per farli contenti, ma perché è vero. Ogni persona che arriva nel gruppo è una persona che Gesù ha chiamato, che Gesù ha chiamato per me, per noi, perché quel fratello ha qualcosa da darci, il fratello è un dono per noi. Allora il fratello deve sapere che la sua presenza nel gruppo è importante e che era attesa da sempre. Vi ricordate l' immagine del padre misericordioso? Il padre che aspettava il figlio e aveva gli occhi rivolti sempre lontano. L'accoglienza nel gruppo deve essere questo sguardo sempre fisso, attento, che aspetta il fratello che sta arrivando, che il Signore ha chiamato e posto lì anche per la mia salvezza.

Per esercitare questo ministero occorrono due cose: amare sempre e pregare sempre. Il ministero dell' accoglienza non si esercita solo nel gruppo, si esercita a vita. Pregare sempre significa che io mi porto nel cuore il lavoro a casa, mi porto nel cuore i fratelli che Gesù ha chiamato nel cammino. Il ministero dell'accoglienza non va in vacanza solo perché abbiamo chiuso le porte agli incontri settimanali.
Come viveva l'accoglienza Gesù? "Lasciate che i piccoli vengano a me..". Ci sono due tipi di piccoli: i piccoli nella fede e i piccoli "poveri", socialmente poveri. Attenzione ai piccoli nella fede perché rischiamo di non valorizzarli. Noi spesso nei nostri gruppi diamo importanza a chi si mette in evidenza, a chi ha dei carismi, e ci scordiamo degli umili. Ci sono doni ricchissimi nascosti nel cuore di chi non parla mai e che magari intercede per noi. Ci sono fratelli umili, anche culturalmente, che hanno una ricchezza di fede e santità straordinaria. Io ho conosciuto una sorella, due settimane fa, che si angustiava per la sua ignoranza e diceva: "Signore, io non ho parole sublimi per poterti lodare, però ho la tua parola, la parola di Dio, dammi un segno che io possa alzare la mia voce nell'assemblea insieme ai fratelli!". Sapete quale dono il Signore ha concesso a questa sorella? Conosce tutti i 150 salmi a memoria! E al momento opportuno, nella preghiera, alza la sua voce per confermare quello che il Signore sta dicendo e sta facendo all'assemblea. E alla fine riesce a riepilogare tutta la preghiera prendendo il versetto da un salmo, uno dall'altro senza aprire la Bibbia. Attenzione, ci sono carismi nascosti, molto preziosi. Bisogna avere occhi attenti, guardare oltre le apparenze.

Ci sono poi, abbiamo detto, i piccoli "poveri". S. Giacomo dice al 2° capitolo al versetto 1: "Quando arriva un fratello ricco voi subito lo invitate a venire avanti, se arriva il povero lo lasciate in fondo": Se lo dice S. Giacomo, deve essere così! Attenzione che non si facciano particolarismi, accogliete tutti, "dobbiamo liberarci dalla mentalità del mondo" dice S. Paolo nella Lettera ai Romani.
Gesù chiama Zaccheo: "Zaccheo scendi, oggi voglio venire a casa tua". Dobbiamo accogliere il fratello che è nel limite, qualche volta nel peccato grave. Quando arrivano nei nostri gruppi fratelli che socialmente sono mal considerati dobbiamo avere per loro un occhio di particolare riguardo, dobbiamo aiutarli a venire fuori dalla loro schiavitù, dobbiamo imparare che Gesù non aveva paura di compromettersi, neanche col peccatore, neanche con la prostituta, neanche con i lebbrosi. Bisogna entrare nella cultura del tempo per capire quanto Gesù si sia veramente compromesso. Quei fratelli vanno particolarmente amati, non perché noi copriamo il loro peccato, ma perché vogliamo dir loro: "Gesù crede in te, Gesù ha fiducia nella tua capacità di redimerti perché Gesù vede il tuo cuore". Cosa ha visto Gesù in Zaccheo tanto da dirgli "stasera voglio cenare a casa tua"? Tutti in Zaccheo vedevano il peccatore, Gesù ha visto il santo che c'era dentro di lui e che è uscito fuori solo perché si è sentito amato, guardato, stimato. Qualcuno ha avuto fiducia in lui. E quante volte noi abbiamo avuto paura di comprometterci, di camminare con un fratello che non era ben visto. Attenzione, perché il peccato del mio fratello è anche il mio peccato. Dice S. Paolo: "Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare il più possibile". Mostriamo il cuore misericordioso di Dio al fratello e aiutiamolo a tirar fuori la parte migliore di sè.

Gesù risponde ai bisogni spirituali dei fratelli. Quando Gesù si trova con la folla che ha fame, non la manda via come gli suggerivano i discepoli, ma dice agli apostoli: "Date voi da mangiare". Gesù ebbe compassione della folla affamata, anche noi dobbiamo avere compassione dei fratelli che arrivano affamati, che hanno fame di crescere, che hanno fame di parola di Dio, che hanno fame di sentire l'amore di Dio, hanno fame di essere accolti. Attenzione a sentire questo grido che, dai fratelli, giunge al Signore e, dal Signore, deve giungere a noi. A Mosè sul monte Dio disse: "Ho sentito il grido del mio popolo, vai a liberarlo, vai a sciogliere le sue catene...". Molto spesso i fratelli sono venuti e se ne sono andati senza essere stati sfamati. C'è anche una fame materiale,pensate a quello che Gesù dice al cieco: "Cosa vuoi che io ti faccia?" Noi dobbiamo avere la consolazione di Gesù, dobbiamo dare la consolazione ai nostri fratelli quando arrivano prostrati; qualcuno deve pure accorgersi che hanno una croce, devono poter trovare qualcuno su cui scaricare la loro sofferenza, devono poter trovare dei fratelli che hanno per loro la compassione e la misericordia di Dio, e che pregano anche per la guarigione del corpo e dello spirito. Quante volte chiediamo ai nostri fratelli: "Cosa vuoi che io ti faccia?" O, piuttosto, abbiamo detto: "Fratello, cosa puoi fare per  me?" e quante volte li abbiamo caricati di pesi che non potevano portare! "Tutto si faccia senza ipocrisia" dice S. Paolo. Attenzione ad accogliere per scherzo, il Signore non scherza con noi. Quando ci accorgiamo che l'accoglienza non ci nasce dal cuore possiamo metterci in preghiera e dire: "Signore, non ce la faccio ad accogliere il fratello, lo voglio, voglio che passi la tua accoglienza, fagli sentire che tu lo ami e lo accogli". Facciamo almeno questo atto di volontà e di umiltà davanti al Signore.

Un altro aspetto importante è l'accompagnamento spirituale: non basta accogliere a braccia aperte i fratelli quando arrivano, è necessario che poi li seguiamo costantemente e che ci siano dei fratelli che, con particolare attenzione, si accorgano di chi manca, di chi è ammalato, di chi zoppica perché ha qualche difficoltà, di chi ha un dubbio nella fede, di  chi si trova, forse, in un momento di deserto. Che ne sappiamo dei fratelli che arrivano? Cosa conosciamo di loro? Come ci relazioniamo con loro? Quanto fratelli se ne vanno e nessuno se ne accorge? I fratelli del pastorale devono avere tanta oculatezza quando fanno discernimento per il carisma dell'accoglienza. E' il carisma più importante perché è quello che li contiene tutti. Possiamo anche cantare le lingue degli angeli, ma se non accogliamo i fratelli, essi andranno via. Il pastorale, allora, deve individuare con cura i fratelli che hanno questo dono, che hanno questa disposizione particolare, che hanno una capacità di ascolto, fratelli che magari parlano poco, ma che sono molto attenti, che scrutano l'assemblea.... Dobbiamo curare molto questo ministero che, purtroppo, in molti gruppi è sconosciuto. I fratelli che hanno ricevuto questo carisma devono curarlo molto, perché, come tutti gli altri carismi, anche quello dell'accoglienza all'inizio è rozzo, deve essere sviluppato perché diventi il più fruttuoso possibile. Allora l'elemento fondamentale per tutti noi è vivere l'accoglienza reciproca, ma  i fratelli a cui affidiamo questo ministero devono avere due caratteristiche indispensabili: che siano uomini e donne di preghiera e che siano persone capaci di lasciarsi accogliere. Chi non si lascia abbracciare, non è capace di abbracciare. Persone,dunque, umili, che riconoscano di avere bisogno dell'amore di Dio, dell'accoglienza di Dio, della tenerezza di Dio. Chi è superbo non è capace di accogliere, perché quando accoglie mostra la propria superiorità. Accogliere significa farsi compagno dell'altro, farsi piccolo con l'altro, il fratello ha bisogno di sentire che, con la nostra accoglienza l'amore di Dio è un fatto concreto nella sua vita.
   


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